Recensione del libro “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini

Fai bei sogni - Massimo Gramellini

“Fai bei sogni” di Massimo Gramellini

Cosa fa un bambino di nove anni che perde la mamma, e con lei il suo mondo incantato, la sicurezza di essere amato e quindi amabile? Come rimette insieme i suoi pezzi, come impara a convivere con lo sconquasso emotivo e andare avanti nella sua vita?
Massimo Gramellini in Fai bei sogni ci dona il racconto del viaggio che ha compiuto dentro di sé per ritrovare il bambino che è stato.

Ci racconta la sua storia e, con parole leggere e intense, ci fa rivivere insieme a lui le emozioni di quel bambino. Ci porta a conoscerlo, a leggere il suo linguaggio, il bisogno disperato di una carezza, di una rassicurazione, di uno spazio offerto per accogliere il suo dolore e il suo sconforto. Quel dolore rimasto dentro e mai espresso diventa duro, congelato, un muro messo tra sé e il mondo, tra sé e la possibilità di accedere alle sue risorse e di godere la vita. Riscopre quel bambino, l’amore immenso per la mamma, il filo rosso che si dipana fino all’adulto che è diventato. Parole leggere e sagge, di un dolore già elaborato e per questo condivisibile e in qualche modo usufruibile anche da noi lettori. Parole che ci commuovono senza appesantirci, che ci fanno provare tenerezza per quel bambino e stima per l’adulto che è saputo diventare, perché, come gli dice il suo professore, padre Nico, “nella vita si diventa grandi nonostante” la vita non sia sempre una coperta calda e avvolgente. “Nonostante lei non ci sia più, è tempo che incominci a sbattere le ali”.

Massimo individua il suo vittimismo, e ne esce con una nuova consapevolezza.
Il libro si dipana attraverso il riconoscimento del bambino interiore, proprio come avviene in un percorso di psicoterapia. Quando c’è un grande dolore, l’adulto poi dimentica il linguaggio del bambino che è stato. La logica dell’adulto è diversa da quella del bambino, come ben sanno i genitori che faticano tanto a comprendere i comportamenti dei figli. Perché un ragazzino dovrebbe nascondere la foto della sua mamma morta? “ Perché si vergogna della madre?” Chiede il padre, mettendo il dito nella piaga, come a volte fanno gli adulti ciechi. Ma no, papà, come puoi solo pensarlo? Mi vergogno di me, di essere diverso, di essere stato così poco amabile che la mamma è andata via, di quel vuoto incolmabile che ha lasciato, mi vergogno del mio stesso desiderio di amore che è diventato un pozzo senza fondo, incolmabile.
Finchè si scopre che quei dolori alla fine fanno parte di noi, ci hanno resi quelli che siamo, e quando le ferite cominciano a rimarginarsi, ci rendiamo conto che non ne avremmo potuto fare a meno nel nostro percorso evolutivo, nonostante tutto. L’autore scopre che lo sbarramento di Belfagor, l’antico dolore piazzatosi dentro di lui, è stato il meccanismo che gli ha permesso di continuare a vivere nonostante il dolore. E’ stato la sua protezione per vivere, o meglio per sopravvivere, perché quello che fa più paura è proprio la vita, il sentire della vita, quando questo sentire è dolore, vuoto e ancora dolore.
“ Sapevo come era morta, ma avevo deciso da subito di non volerlo sapere. Sarebbe stato troppo, e forse lo era ancora adesso. Nel corso degli anni il rifiuto della verità si era esteso a tutto il resto. Aveva aderito ai pensieri come una seconda pelle, diventando il mio modo di abitare la vita senza viverla.
Succede a noi che ospitiamo Belfagor nello stomaco. Pur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate o distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo.
L’intuizione ci rivela di continuo chi siamo. Ma restiamo insensibili alla voce degli dei, coprendola con il ticchettio dei pensieri e il frastuono delle emozioni. Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi.”
Fino a che il muro comincia a sgretolarsi ed è possibile incontrare l’altro, aprirsi all’amore come fa Massimo con la moglie Elisa “Le mani di Elisa hanno percorso traiettorie insondabili dentro la mia testa e la sua voce ha pronunciato parole che non sono riuscito a comprendere. Ma qualcuno dentro di me le aveva capito molto bene. Belfagor. L’ho sentito rattrappirsi come una spugna consunta e poi disintegrarsi in una pioggia di frammenti subito inghiottiti dal buio.Questo è il dono che ci fa questo libro, ricordarci il linguaggio del bambino, far risalire le sue parole fino al cuore e ascoltarne l’eco.